di Mirella Morelli – Supervincitore – sezione prosa 2011

Vive a Pontedera (Pi). Appassionata d’arte, poesia e pittura in particolare, ha preso parte a varie mostre e concorsi riportando premi e segnalazioni nei due campi. Partecipa al “Concorso 50&Più” per la quarta volta, nel 2008 ha vinto la Farfalla d’oro per la Poesia e, nel 2009 e 2010,  la Segnalazione della Giuria sempre per la Poesia.

Mirella Morelli

La coscia di pollo

Nell’inverno del ‘44 si intensificarono i bombardamenti sulla vicina città: perciò i miei compaesani avevano deciso di costruire un rifugio.
Con alcune amichette ero andata a visitarlo, ma che tristezza! Era un oscuro tunnel sotterraneo, che faceva paura. Io non ci andrò mai! – dicevo fra me. Amavo giocare a nascondino dietro le siepi, nei campi di grano, ma non mi sarei certo nascosta là sotto.
Si avvicinava, intanto, il giorno della Befana, atteso con grande emozione: era infatti l’unico giorno dell’anno in cui si ricevevano doni.
La sera della vigilia avevo messo nel camino il fieno per il ciuchino. Che ansia quella notte di attesa! Non ero riuscita a prender sonno.
Al mattino mi aspettava sul camino, seminascosto dal fieno, un servizio di tazzine e pentolini. Che bello, avrei potuto giocare a far la cuoca.
C’era anche una bambola, bellissima per quei tempi; ma appena il tempo di vederla e accarezzarla e subito era finita nell’armadio: non doveva rompersi.
Si può immaginare la mia delusione: nemmeno il tempo di darle un nome; ci pensò purtroppo il passaggio del fronte a mandarla in frantumi.
Avevo giocato con tanta foga per tutta la mattina, ma intanto si avvicinava l’ora del pranzo. La nonna, attraverso un baratto, era riuscita a procurarsi, dai vicini contadini, un pollo. Mentre questo stava cuocendo, la grande cucina era invasa da un gradevole profumo, che si diffondeva per tutta la casa.
Poter mangiare il pollo era, in quel tempo, cosa rara; per di più la nonna era brava in cucina e questo dava la certezza che sarebbe stato squisito.
Avevo un formidabile appetito e, con l’acquolina in bocca, aspettavo l’ora canonica, quando il nonno si sarebbe seduto a capotavola ed avremmo finalmente cominciato a mangiare.
La nonna, tagliato il pollo, ne aveva messo una grossa coscia nel mio piatto. Era ben rosolata, la coscia invitante e profumata: una vera goduria per la vista ed il palato.
Ma, sul più bello, la sirena cominciò a suonare l’allarme.
Il pollo rimase nei piatti e tutti i commensali s’avviarono lestamente verso il rifugio; io venni trascinata controvoglia dalla mia mamma, che era spaventata oltremisura.
Uscita di casa, fatti pochi passi, ripensai alla mia coscia di pollo ancora calda e fragrante. Lasciai la mano della mamma, che per la paura (e per mia fortuna) non si accorse di nulla e feci ritorno a casa, dove la porta era aperta, come allora si usava.
Trafelata entrai in cucina, dove tutto era rimasto al suo posto, la mia coscia di pollo compresa. Così, con le mani tremanti per l’emozione, l’afferrai, avviandomi poi verso il rifugio.
Lentamente, a piccoli morsi, cominciai a sgranocchiarla, centellinandola fino all’osso. Che gioia, che soddisfazione assaporare qualcosa di tanto desiderato, nel silenzio, perché la strada era deserta: c’ero solo io, col rumore dei miei passi sulla ghiaia.
Dopo un po’ si udì il segnale del cessato allarme. Vidi i miei genitori (che nella confusione non si erano accorti della mia assenza) incamminarsi verso casa e li seguii.
Tenevo ancora in mano il mio osso di pollo, come un trofeo; non avevo proprio cuore di buttarlo.
Da allora tanto tempo è passato; oggi possiamo procurarci ogni sorta di prelibatezze. Ma non ho mai più assaporato qualcosa di tanto gustoso quanto quel pollo della Befana del ‘44.