di Carmen Pezzetta– Supervincitore – sezione prosa 2012

Imprenditrice artigiana, mamma e nonna, scrive saltuariamente. Ama leggere, viaggiare e circondarsi di amici. Vive a Pozzuolo del Friuli (Ud). Partecipa per la seconda volta al Concorso 50&Più.

Carmen Pezzetta

Mio padre

Mio padre si chiamava Angelo. Era nato nel 1922 a Colloredo di Monte Albano, un paesino collinare nella zona morenica del Friuli ossia in quelle terre trascinate a valle dai fiumi che scorrono abbondanti dalle nostre montagne attraversando tutta la regione sino al mare.
Questo paese divenne famoso allorquando Ippolito Nievo lo citò nelle sue “Confessioni di un Italiano” in quanto vi aveva soggiornato ospite dei Conti omonimi, proprietari del castello.
Il paese si trova in una zona distante un centinaio di chilometri dal confine austriaco e a una cinquantina da quello sloveno: zona di povertà, allora, e di grande emigrazione.
Il papà ci raccontava spesso episodi della sua infanzia povera: figlio di contadini che da sempre lavoravano le terre dei Conti, ai quali andava buona parte dei raccolti, aveva conosciuto fin da piccolo l’amarezza e la durezza della sua situazione.
Ricordava che persino in chiesa i posti nei banchi davanti erano riservati “ai signori” e guai se un contadino vi ci fosse andato a sedere. Se poi qualche ragazzo, diventato giovanotto, avesse osato, a festa, mettersi la cravatta, sarebbe stato subito ammonito di toglierla perché doveva rimanere ben visibile la differenza di casta.
Mio nonno, suo padre, che aveva un carattere ribelle e non voleva sottomettersi a tali imposizioni, appena era stato un grado di farlo se n’era andato emigrante in Germania a fare il muratore, cosa questa che aveva subito scatenato le ire del mezzadro e l’intimazione a tutta la famiglia di fare “San Martin”.
Questo significava che a novembre, appunto per la festa di San Martino, appena finiva la stagione del raccolto, bisognava fare fagotto caricando le poche cose personali su un carretto e andarsene a cercare lavoro e alloggio altrove.
Solo per un intervento provvidenziale di qualcuno, si era riusciti ad intenerire il mezzadro e lo sfratto non era divenuto esecutivo.
Mio padre raccontava spesso a noi ragazzi del freddo patito da bambino, quando, con un paio di ruvidi zoccoli lui e la sorellina risalivano la lunga collina quattro volte al giorno per recarsi a scuola, portando sotto il braccio la legna per scaldarsi.
Gli inverni erano allora molto rigidi. Un anno, si era forse nel ’29, era caduta molta neve e i poveri bambini per non fare a ritroso i cinque chilometri che li separavano da scuola si erano recati a pranzo dagli zii che abitavano più vicino alla stessa.
Quel giorno ricevettero un piatto di minestra calda, ma la miseria era tanta che furono ammoniti di non rifarlo mai più!
La loro infanzia fu quindi molto triste: il padre sempre all’estero per guadagnare qualche lira, la mamma che si ammazzava di fatica per mandare avanti casa e figlioli, coi più grandi dei quali si recava di quando in quando a piedi fino a Udine, distante una quindicina di chilometri, per vendere al mercato qualche magrissima gallina o qualche uovo.
Un altro episodio che il papà sovente raccontava era di quando lui, all’incirca quattordicenne, insieme al fratello maggiore e ad altri compaesani, aveva lavorato per alcuni mesi a far mattoni in una fornace che sorgeva nei pressi di Gorizia. Là lavoravano con grande fatica trasportando enormi pesi con rudimentali carriole, mangiando poco, per un misero guadagno.
Si fermavano alla fornace dalla domenica sera, partivano infatti da casa in bicicletta nel primo pomeriggio dovendo percorrere una cinquantina di chilometri, per poi ritornare a casa nel sabato seguente, e naturalmente il costo del vitto e dell’alloggio erano trattenuti sulla paga.
Se l’infanzia non fu felice la giovinezza non lo fu di certo se a diciotto anni furono chiamati alle armi e destinati alla Campagna di Russia.
Mio padre fu tra i pochi fortunati che riuscirono a ritornare, grazie al fatto che aveva preso la patente ed aveva imparato a guidare i camion militari.
Il papà non amava ricordare quell’esperienza terribile anche se fu per anni iscritto ai Reduci di Guerra ed ebbe anche una onorificenza militare: troppo doloroso era il ricordo di quel periodo e ne sentivamo solo spezzoni slegati tra loro.
A volte lui tornava con la mente alla fame patita allora e ai suoi coetanei Alpini che, per calmarne i morsi, addentavano le poche verze o cavoli gelati che riuscivano a trovare in qualche orto sperduto nella neve, seguiti da tremendi mal di pancia e dissenteria.
Allorché era iniziata la ritirata, diceva il papà, era stato spaventoso vedere le lunghe file di soldati a piedi, che cercavano disperatamente di aggrapparsi ai pochi camion rimasti per riuscire a salirvi, mentre gli altri da sopra percuotevano loro le dita affinché gli stessi che sprofondavano dal peso, riuscissero a proseguire.
Noi allora eravamo ragazzi e non riuscivamo neppure ad immaginare una tale odissea. Ci dava anche un po’ di fastidio sentire questi tristi racconti di guerra.
Soltanto molti anni dopo leggendo il Calvario bianco di don Carlo Caneva o altri scritti riuscimmo in parte a capire cosa dovevano aver passato, e ci è rimasto il rimpianto di non aver inciso quei ricordi finché il papà era in vita.
Una cosa che papà raccontava sempre, e gli occhi gli diventavano lucidi al ricordo, era il buon cuore delle donne russe, che spesso avevano accolto e rifocillato quei poveri giovani congelati e denutriti, insegnando loro la direzione da prendere. Senza il loro provvidenziale aiuto diceva nessuno di loro sarebbe ritornato.
Dopo il ritorno in Italia e l’Armistizio il papà si era fermato nel Sud, al comando del Generale Badoglio dapprima e poi come autista del Primo Ministro Onorevole Alcide De Gasperi. Questo era un ricordo che il papà amava particolarmente e ne parlava spesso.
Raccontava con piacere episodi di quel periodo, di quando ad esempio accompagnava la bella famiglia di De Gasperi per un pic-nic fuori porta alla domenica e di come l’Onorevole lo facesse sedere accanto a loro a mangiare.
Ricordava la sua dirittura morale tanto che in famiglia era divenuto famoso l’episodio della bicicletta, di quando cioè la giovane figlia Romana che faceva da segretaria al padre lavorando al Ministero, dato che stava continuando a piovere a dirotto, chiese a mio padre se poteva lasciare lì la bicicletta e ritornare a casa con la macchina. Naturalmente egli rispose di sì e la accompagnò. Questo fatto però scatenò una reazione molto dura da parte del Ministro che, oltre ad aver sgridato la figlia, l’indomani riprese il papà ammonendolo di non rifare mai più una cosa del genere perché – spiegò – «la macchina è del Ministero e non è al servizio di mia figlia».
La stessa Signora De Gasperi ebbe contatti epistolari molti anni dopo col papà quando lui era già anziano e si premurò di farci arrivare le sue condoglianze allorché il papà morì.
La Diocesi di Trento allorché avviò la causa di beatificazione di De Gasperi interrogò il papà al riguardo ed egli fece pervenire una sua testimonianza, ma dell’esito di questa causa non abbiamo più saputo nulla.
Un altro episodio di quegli anni che il papà raccontava spesso, fu di quando si trovò a dover andare a prendere La Pira all’eremo dove alloggiava, per accompagnarlo in città.
Non capimmo mai dove si svolse questo evento se a Firenze o nei pressi di Roma. Egli raccontava che scendendo con la macchina la strada che da questo eremo portava in città La Pira alla vista di un povero accucciato lungo la strada per ripararsi dal freddo – si era infatti d’inverno – La Pira gli aveva chiesto di fermare la macchina, era sceso e, avvicinandosi all’uomo, con estrema naturalezza si era tolto il cappotto e l’aveva appoggiato delicatamente sulle spalle del povero. Poi era risalito e gli aveva fatto cenno di proseguire.
Quest’episodio aveva sempre suscitato in noi figli un impeto di commozione e di orgoglio e reputavamo il papà molto fortunato per aver conosciuto da vicino persone di una tale levatura morale.
Un altro episodio che in noi bambini destava grande meraviglia era quando il papà ci parlava del suo matrimonio con la mamma.
Dopo la fine del servizio militare era ritornato al paese dove aveva ritrovato la fidanzata e la famiglia ed aveva deciso di sposarsi. Era stato, allora, nonostante i mezzi fossero scarsi, organizzato un solenne matrimonio a cui avevano partecipato anche dei generali che il papà aveva conosciuto e questa era una cosa del tutto nuova per un piccolo paese di campagna e aveva suscitato molto clamore.
Ma la cosa insolita fu che, non essendoci sufficiente posto né a casa dello sposo, né a casa della sposa, i festeggiamenti del matrimonio si tennero separati: mio padre con i suoi invitati a casa sua e mia madre altrettanto.
Soltanto alla sera il papà era andato con amici e fratelli a prendere la sposa per portarla a casa sua! Questa era una cosa che faceva sbellicare dal ridere noi figli.
Non ci fu viaggio di nozze e già l’indomani del matrimonio i miei genitori si alzarono di buon mattino per riprendere i lavori nei campi dato che la stagione era avanzata.
Nel frattempo con grandi sacrifici la famiglia di mio padre era riuscita ad acquistare il casale nel quale viveva e qualche campo.
A quei tempi non c’erano macchinari per arare o seminare e tutto doveva venir fatto a mano. Qui i racconti prendevano il volo ed eccitavano la nostra fantasia di bambini.
Vedevamo con gli occhi dell’immaginazione gli uomini uscire di casa alle prime luci dell’alba, portandosi dietro le falci per falciare i prati e, in una sporta la bottiglia del vino e la polenta o la frittata per il pranzo.
Li immaginavamo raccogliere con grandi rastrelli tutta quell’erba in grandi covoni una volta essiccata e poi caricarli sul grande carro trainato dal cavallo e salire l’erta strada che conduceva al casale.
Anche a noi bambini era toccato qualche volta durante l’estate di salire in cima a quel fieno e beatamente goderci la strada del rientro da quella altura.
C’era poi la mietitura e la trebbiatura, c’era anche la vendemmia che ci vedeva correre attorno ai grandi che lavoravano a volte intralciando a volte collaborando, ma il ricordo che amo di più è quello di vedere il papà che con uno strano attrezzo tra le mani staccava i chicchi di granoturco dalle pannocchie, ponendo i tutoli da una parte per bruciarli come combustibile della stufa, e i chicchi, che sarebbero diventati soffice farina da polenta, dall’altra.
Prima di portarli al mulino per la macinatura i chicchi venivano allargati sul pavimento della soffitta ad asciugare. Che gioia era per noi bambini correre scalzi e sprofondare in quel mare giallo di chicchi, tuffarcisi dentro e giocare a rincorrerci!
Un ultimo ricordo voglio fissare di mio padre. Egli è stato un uomo retto, buono, generoso, disponibile verso tutti. Non c’era domenica mattina che non lo vedesse dopo la messa recarsi all’ospedale a trovare qualche persona ricoverata.
A noi ragazzi però era sembrato troppo autoritario e perciò ne avevamo timore ma la sua durezza, lo scopersi dopo, veniva dalla paura che crescessimo male e potessimo prendere vie sbagliate.
La sua teoria era quella dell’alberello che per crescere diritto va legato ad un palo! E perciò diceva: «I figli vanno baciati quando dormono».
Quanto sia sbagliata questa teoria la pedagogia moderna l’ha abbondantemente messo in luce ma tant’è la mentalità di allora era questa!
C’è poi un altro segreto nella vita di mio padre che ha inciso fortemente in lui e di conseguenza in tutti noi. Anche questo l’ho scoperto solo molti anni dopo quand’ero adulta: dopo il ritorno a casa dalla guerra il papà era stato colpito dalla tubercolosi.
Parola terribile allora, quasi impronunciabile, tabù come l’aids ancora oggi. Pochi si salvavano da essa e chi l’aveva era emarginato, doveva starsene isolato, lontano da tutti per paura del contagio! La stessa mia madre per mesi e mesi ne fu allontanata e dormì in un’altra stanza e perciò il mio fratello maggiore nacque ben sette anni dopo il matrimonio. Mio padre fu tra i fortunati che guarì, a prezzo però di un polmone perduto per sempre.
Questo fatto lo portò sempre comunque a tenerci a debita distanza, a non prenderci in braccio, a non dispensarci mai un bacio, e quello che noi scambiavamo per freddezza e poco amore nei nostri riguardi era invece paura di poterci fare del male.
Questa mancanza di effusioni, specie in me che ero molto sensibile, portò a un blocco tale che con fatica e solo quando lui ormai era anziano e bisognoso delle mie cure, riscopersi la tenerezza nei suoi riguardi… e non mi fu facile perché questa confidenza non c’era mai stata.
Ringrazio Dio che mi ha concesso questa opportunità di riscoprire mio padre, di averlo per ben tre anni affidato alle mie cure quando ormai la sua mente cominciava ad annebbiarsi e per una strana alchimia io diventavo madre e lui mio figlio.