di Paolo Capucci – Supervincitore – sezione prosa 2013

Ha sempre amato la fotografia pur restando un dilettante. Partecipa al Concorso 50&Più per la terza volta e per la prima volta con un’opera di prosa; nel 2011 ha vinto la Farfalla d’Oro per la Fotografia.
Vive a Rieti.

Paolo Capucci

Qui radio Londra

Tutti i ricordi sono riemersi quando Giuliano Ferrara ha avuto l’idea d’intitolare il suo intervento serale sulla prima rete tv Qui Radio Londra.
I fatti accaduti, a me ragazzino decenne, hanno un sapore di ricordi drammatici. C’era infatti la guerra che si stava combattendo negli anni 1943/44 e ciò che trasmetteva l’E.I.A.R. e che a casa mia veniva giornalmente ascoltato, erano i bollettini di guerra che magnificavano le imprese dei nostri soldati di terra, di mare e dei nostri aviatori che ogni giorno abbattevano aerei nemici.
Erano quelle le notizie che m’entusiasmavano di più anche perché, ogni giorno, nel pomeriggio, dopo la scuola, salivo nella parte più alta del paese dove c’era un punto d’avvistamento aereo. Su una base quadrata era stata disegnata una grande bussola di un metro di diametro. Al centro un grosso ago di legno che si poteva far girare tanto da indicare punti cardinali opposti.
All’apparire di un aereo facevo coincidere la direzione dello stesso con il doppio ago, così stabilivo provenienza e direzione. Il milite di servizio mi faceva fare questa operazione ed io mi sentivo importante. Poi comunicava i dati dell’aereo transitato con un telefono a manovella.
Forse mio padre sospettava qualche ottimistica esagerazione per cui la sera, spesso, sintonizzava la nostra C.G.E. su una stazione a onde corte che con un lugubre inizio martellato esordiva con un «Qui Londra vi parla Mario Appelius». Seguivano notizie che criticamente non sapevo spiegarmi, ma che si rivolgevano alla resistenza e che, pur non capendone le profonde motivazioni, mi davano un certo fastidio perché mettevano in dubbio le imprese dei nostri aviatori. C’era da parte di mio padre il timore di essere scoperto, in quanto, ricevere certe notizie era ovviamente vietato, anche se il volume della radio era tenuto bassissimo tanto che le sue orecchie ne sfioravano l’altoparlante. Compito mio, dopo averne quasi azzerato il volume, era aprire una porta che dava su una vigna, affacciarmi, intuire nel buio della notte la presenza di estranei e richiuderla mentre il volume della radio riacquistava il valore di un confidenziale sussurro. La cosa si ripeteva anche per la seconda porta, quella delle scale, altrettanto buia e piena di misteriose ombre. Ora tutte queste operazioni erano fatte da me con grande timore pensando sempre che si potesse all’improvviso materializzare qualche spia armata che ci passasse, senza ripensarci due volte, per le armi.
Purtroppo i fatti di guerra, molto distanti da noi, improvvisamente si fecero tanto vicini che ci coinvolsero direttamente.
La mattina del 31 marzo 1944, alle sei circa fummo svegliati da un rumore assordante condito da spari di mitraglia e cannonate.
Erano carri armati e plotoni di soldati affiancati che avanzavano su una strada che fronteggiava, ad un chilometro di distanza, la nostra finestra. Aprimmo le imposte, ci affacciammo con mio padre e mia sorella,
e vedemmo, nella casa di fronte, un uomo che saltava da una finestra molto alta e dopo una breve corsa, inseguito da colpi di arma da fuoco, scomparire in un bosco fitto dove, forse, avrebbe trovato scampo nascondendosi come un animale braccato.
Non facemmo in tempo a giudicare tanta potenza di fuoco che contemporaneamente un tedesco (avevano le avanguardie già preso possesso del paese) appostato dietro un vicolo ci sparò colpendo l’architrave della finestra (quel tedesco volle solo spaventarci oppure, per nostra fortuna, non era un buon tiratore?).
Ci riempimmo di calcinacci; non avemmo il tempo di verificare se eravamo vivi o morti e congratularci con la buona sorte per lo scampato pericolo che dalla porta delle scale qualcuno bussava in modo violento, forse col calcio dell’arma in dotazione.
Ormai non capivamo più niente.
Mia madre e le mie sorelle tremavano di paura. Entrarono due tedeschi, papà fu invitato a vestirsi in fretta (aveva solo i mutandoni di lana lunghi) e fu portato in piazza dove affluivano tutti gli uomini del paese compreso il parroco e il marchese del castello, disposti su tre file con tre mitragliatrici pesanti puntate contro.
Mentre la paura dominava tutti gli uomini rastrellati, non capisco come mai a me interessasse di più guardare le mitragliatrici, i carri armati che abbondavano nella piazza e che continuavano a cannoneggiare su un piccolo borgo montano.
Ora, ripensandoci, mi chiedo se a undici anni avrei dovuto comprendere il senso della situazione che stavano vivendo mio padre e tutti gli altri paesani. La mia giovanile incoscienza era forse in parte giustificata dalle voci che circolavano e che volevano gli uomini destinati a lavorare (ma dove?) per i tedeschi e non a essere uccisi perché considerati partigiani. Ciò spostava la mia attenzione sugli armamenti che potevo osservare da vicino.
Fra gli uomini fatti prigionieri invece serpeggiava sconforto e paura.
Sarebbe troppo lungo raccontare nel dettaglio quanto fu riferito successivamente dai prigionieri.
Casi di assoluto scomposto terrore, fra gli uomini allineati, di pianti sommessi, di tentativi di fuga subito soffocati, di confessioni e assoluzioni da parte del parroco di chi si sentiva ormai prossimo ad essere fucilato (si conobbero così segreti personali confessati e captati dai vicini e poi diffusi…).
Ma l’atmosfera di terrore terminò perché l’intervento della marchesa fu determinante. Conoscendo la lingua tedesca si fece garante di tutti gli uomini; assicurò che nessuno di essi potesse essere considerato “BANDITEN”. Furono trasferiti nel castello e furono lì trattenuti.
Un giorno, portavo da mangiare a mio padre, quando un tedesco, fece il gesto di lanciarmi contro una bomba a mano, quella con il lungo manico di legno. Lasciai cadere il porta pranzo d’alluminio a terra e stavo per cadere anch’io per lo spavento, quando il soldato scoppiò in una sonora risata, si accese una sigaretta e tutto finì così.
Finalmente dal comando tedesco arrivò l’ordine di liberare i prigionieri. Durante l’occupazione del paese seguita al rastrellamento, tre giovanissimi militari avevano occupato la stanza dove dormivano le mie due sorelle così noi tre ci accampammo in quella dei genitori. Si comportarono bene; uno di essi faceva il sarto a Vienna e fece recuperare la macchina da cucire di mio padre anch’egli sarto, che gli era stata rubata da un altro soldato qualche giorno prima. Un giorno si presentarono con una grande quantità di carne di maiale per farsela cucinare da mia madre. Invitati ne mangiammo abbondantemente anche noi. Poi sapemmo che il maiale era stato sequestrato al mio migliore amico. Fummo per questo fatto tacciati di collaborazionismo, invece era solo fame! Certo il danno provocato a quella famiglia era enorme, significando la perdita del suino, un sostegno alimentare che durava generalmente per un anno! Ora col mio amico, quando ci rincontriamo ricordiamo il fattaccio e lo rievochiamo sotto un aspetto diverso nella totale comprensione del momento particolare che stavamo vivendo, sgombri ormai da accuse e ritorsioni. Passò poco tempo ancora e i tedeschi iniziarono la ritirata. Nel paese finì l’occupazione e si cominciò a ballare, tutte le sere, all’aperto e si dette fondo a tutte le scorte di cibo che erano state gelosamente nascoste per i tempi peggiori. Io dissotterrai due fiaschi d’olio che avevo nascosto sotto un olmo, di cui ero responsabile, e diventarono beni comuni per i festeggiamenti. Il terrore era passato: l’allegria e la gioia si scorgevano negli occhi di chi aveva tanto sofferto.
La nostra C.G.E. non trasmetteva più i lugubri rintocchi di Radio Londra, ma musica americana allegra e ritmata: Louis Armstrong, Glenn Miller, Duke Ellington; era il jazz! Cominciavo a capire che la guerra era una maledizione per l’uomo e iniziava in me una lenta maturazione verso valori diversi da quelli che mi avevano occupato la mente e il cuore e gioivo per la libertà riconquistata.
Tutto quello che ho raccontato è solo un piccolo documento storico di quanto accaduto a LABRO, paese medioevale di pietra, nato sulla pietra, da un cumulo informe di pietre, dove, la mano sapiente dell’uomo ha elevato, in forma di piramide, case e palazzi vivi nell’eternità del tempo.
Luogo dove sono nato, dove ho abitato e che costituisce sempre il palcoscenico dei miei sogni.