di Giulia Maria Barbarulo – Supervincitore – sezione prosa 2015

Laureata in Lettere presso l’Università Federico II di Napoli ha insegnato materie letterarie nei licei e negli istituti tecnici. Scrive da sempre, nel 2009 ha pubblicato un libro di poesie dal titolo Il cielo e i suoi silenzi; nel 2012 la silloge poetica L’anemone stellato. Vincitrice del primo premio Canepa 2011 – Torino Fiera del Libro. Nel 2012 ha pubblicato Storia e storie di Caballero, gatto filosofo, presentato in anteprima alla 42a edizione del Giffoni Film Festival. Vive a Pellezzano (Sa). Nel 2013 al Concorso 50&Più ha vinto la Menzione speciale della giuria per la Prosa e la Poesia.

Giulia Maria Barbarulo

Inno alla Bellezza ovvero i mille passi di una Nuvola

A volte, tutto è appeso a un filo. A un filo di seta azzurro. Soprattutto i sogni, e tanti di essi fanno capo a una nuvoletta. Io sono una nuvola capace di accendere i sogni degli umani. Il mio cuore è una tuba, uno strumento a fiato: mi gonfio come le rosee guanciotte di una bimba petulante.
Tra le nuvole pecorelle delle mie sorellastre, io sono la carranzana, la pecorabasca di S. Sebastian. Joachim è il mio moroso, il più bel cirro che mai cielo e vento abbiano originato. Una cresta argentea, da principe azzurro, il mio Joachim Burian.
Ma, per me, di più. Un bianco zucchero filato. La leggerezza di un danzatore di fandango: fusione perfetta di vuoto e di bellezza. Cioè, di infinito. Di cielo e di azzurro. Di spazi e di vento.
Joachim Burian, il mio nuvolone dagli occhi di brigante che danza, corpo seducente da torero, nell’arena del cielo, mentre un codazzo di nuvoline civettuole lo vagheggiano e gli soffiano aliti di rosa, come le gitane spagnole, dal lancio adorante.
Nefele la Grande, mia madre. Non la nuvola che Zeus creò per ingannare Issione, ma la sposa infelice di Atamante, che si trasformò in nube dorata per avvolgere l’ara su cui i figli erano votati al sacrificio. Anche a me piace ballonzolare per il cielo. Materializzarmi e smaterializzarmi, secondo le occasioni e il gradimento. Sfarfallare, volteggiare, come stecco di zucchero filato, ed essere rapita come palloncino che punta alle stelle. Al biancore di una fatata luna.
Mi sento bella, perché “nessuno mi spettina così bene come il vento”. L’ho sentito da una voce umana che saliva fino a me. Croce sul cuore, giuro. E non spergiuro. Perché io amo la bellezza e l’arte. Non sono come le mie sorellacce, nobili sì, ma sciroccate, dal carattere salcigno. Le intrattabili. Le mie sorellacce, beretta calibro 9, si acquartierano nei punti più imprevedibili del cielo per tendere agguati ad aerei ed uccelli reali. Galoppano le scapestrate per creare tempesta in mezzo all’oceano su cui filano veloci, a cento nodi l’ora, eleganti transatlantici con vip goderecci a bordo. Le mie sorelle, gelide di cuore e dure di mente, gioiscono ad abbuiare il cielo, a infoscare l’orizzonte.
Io, invece, me ne vado tutta impettita ad inanellare giorni di giochi innocenti. Piccola e monella scorrazzo per il cielo in groppa al vento malandrino. Inseguo la Bellezza. Ho sorvolato il Brasile, per ammirare gli aragiacinto, i grossi pappagalli blu-viola. Ciangottavano nella riserva, luogo senza tempo, eterno e misterioso. È lì, forse, che io e Joachim ci siamo irrimediabilmente perduti.
Ho sorvolato le foreste pluviali di mangrovie. Sempre in cerca del mio amasio Joachim. Il crudele, gelido vento del Nord lo ha strappato al mio abbraccio. E io ci ho consumato l’anima da un capo all’altro del cielo. L’ho cercato dappertutto, perfino sulle cime tinteggiate di azzurro stoviglia del Grande Atlante. Poi ho vagato a caso. Il cuore gonfio di amaritudine. Mi sento soffocare. Il mio bel ganzo Joachim perduto. Mi sembra di essere un anerobio che si sviluppa senza respirare aria, perché magrissima come una salacca, continuo a macinare strada per le vie del cielo.
L’unica musica che ascolto è quella del vento. Tra savane, praterie, deserti. Senza preclusioni, senza esclusioni: lo cerco dovunque il mio Joachim, luce di stelle. Il mio cuore disabitato, espropriato, bandito e deserto come una chiesa sconsacrata. Tra fitti piovaschi e schiarite, tra visione e veggenza. “Noli me tangere”, sussurro al padre vento, non trattenermi, non bloccarmi. Sono fatta di aria e di pianto. Devo andare. Son fatta di affanni e di ricordi lancinanti.
Sorvolo l’Antartide, la Groenlandia, il deserto del Gobi. Tra le mie fibre lievi s’insinua l’algido vento dell’Himalaya, tra chiome di alberi e cime spezzate dai venti. Popoli e bellezze. Ghiacci perlati e rocce “rugginose”. Crepacci e pascoli smeraldo. Ma, sono solo una nuvola: non posso niente, io. Eppure, so intrecciare inserti di sogno, coniugare reale e immaginario, perché possano gemmare l’amore e la bellezza. L’averlo perduto il mio Joachim Burian mi ha diviso il cuore a delta, una divaricazione con tanti sfracelli. Eppure, non chiedo niente al dio Vento: solo finire, mancare, soffocare l’ultimo respiro nello stesso istante del mio Joachim. Come Filemone e Bauci che, vecchissimi, alitarono insieme la morte nel tiglio e nella quercia. Ebbene sì, il nostro amore è senza solutori, tenace e saldo come la catenaria.
Ora mi taccio, non dirò più uno iota, vagherò disperatamente solo alla ricerca del mio Burian Joachim, danzatore di fandango. Tante sono le piste, gli avvistamenti: che danza lieve sulla cupola bianca del Taj-Mahal, in India, sedotto perso dal più bel monumento che mai essere umano abbia innalzato per la sua sposa. Che volteggia sul Colosseo, buffando sulle criniere di leoni nemei, in irrefrenabile, irremovibile pugna. Che sfiori, a Luxor, la punta della Piramide – Tomba di Tutankamen lo Splendido faraone egizio col culto di Ammon Rà. Che solitario corra insieme alle tinnule onde del Danubio Blu, bevendo musica e bellezza, incantato perso per la meraviglia del cosmo. Che frugacchia nella foresta vergine, a spiare il necroforo vespillo che al crepuscolo si ciba di carni putrefatte, a che le sue larve possono trasformarsi in ninfe e farfalle. Ancora un miracolo di bellezza! Perché dalla morte nasce la vita. E in tutti noi c’è bisogno di eternità, come la natura che continua ostinatamente a fiorire e a sorridere, dopo alluvioni, glaciazioni, terremoti.
Perché sia terso e smaltato di azzurro il cielo di dopo. L’uomo è ciò che ama. Lo asseriva chi? Non me lo ricordo più. L’ho sentito sussurrare da un profeta di interiorità. Di spiritualità e, quindi, di bellezza. La bellezza, già. La fascinazione del cosmo e della natura. L’amore. Che ha unito me e Joachim in una sola fede ossessiva, martellante. Da renderci ribelli e vagabondi. Una tetraktis pitagorica, un triangolo perfetto, saldo così il nostro giuramento.
Qualcuno ha insinuato timidamente di averlo visto inghiottito dalla spuma nivea delle acque del Niagara, mentre ne accompagnava il rapido salto mortale. Lo berrò questo calice di dolore, perché gioia e dolore si diramano dalla stessa, profonda radice, il sentimento, il forte sentire. La bellezza è nell’equilibrio di due forze opposte. È nell’armonia, nel sogno. Nei principi matematici della simmetria. E le grandi opere dell’uomo sono il canto della terra verso il cielo.
Parola di nuvola, la migrante dall’anima incostante. Ma, il mio cuore è fatto anche di diamanti e di rubellite. “Né la durata né la severità della lotta mi fermerà”. Chi ha scandito temerariamente queste audaci parole? Forse un politico inglese dalla tempra di acciaio? Io e Joachim il Bello, rattorti come un lucignolo, siamo come gli ioni dell’argento, abbiamo la stessa intensità di calore, di vigore. Ma, ora l’unica musica che ascolto è quella del vento. Che mi riporti da lui: che possa cantargli una nenia dolente di amore e di morte, al suono della tibia che flanta tra fiocchi di neve, come un vento di buriana.
Sulla Grande Muraglia, dopo miglia e miglia a girare inanemente, dopo milleannimille, il mio personalissimo tempo interiore, lo ritrovo, il mio Joachim, trafitto mortalmente dalla luce del Sole morente, vestito in filigrana di tutti i colori dell’arcobaleno. Il cuore ancora pulsante in un esile fil d’aria, consumatosi come una candela, all’istante stesso del mio apparire. Mi ha aspettato il mio Joachim perduto, perché ne raccogliessi l’ultimo soffio, tenacemente tenutosi in vita per donarmi l’addio. Non voleva che patissi l’abbandono immotivato. Cielo, mare, terra, aria hanno ascoltato le mie grida di dolore: strida su lastre di ghiaccio, incisioni a vivo su lastre di ferro. Tutto ciò che graffia l’anima e lacera il cuore. Come la ninfa Eco, invoco il suo nome e il suono mi riporta solo la M di Joachim e, stranamente, la B iniziale di Burian. La Molta Bellezza. La migliore, la maggiore.
Consunta ed infelice, tra algide giornate e piogge battenti, veleggio sulla verde Irlanda o, forse no, sul cielo dorato della dolce Tàngeri, quando, improvviso, alla vista un rubino balascio: un fiore bellissimo che mai terra abbia generato o la dea Flora, amante di Zefiro, concepito. Un fiore con la corolla aperta e ferma, incantato verso la luce. Vorrei prolungarne la vita e la bellezza, con una goccia di brezza brillante, nettare d’eternità. Ma, un vento gelido, cinico, capace di passare sui sentimenti, come nella terra arida dei morti, lo ghermisce, proditorio e fellone. Prima che la Madre Terra lo sciolga dal suo abbraccio vitale, mi catapulto a reggere nel mio bozzolo l’innocente sorriso. Nel cilindro della mia anima di nuvola rotore lo serro. E, poi, travolti e portati lontano dal vento di maestrale, insieme sprofondiamo negli abissi dell’Oceano. Nella cupa fossa delle Marianne, forse.
Io creatura d’aria, appartenente al mondo del mutabile, felice preda del regno di Nettuno. Lui, petalo di seta carminia dal regno incontaminato di stupita bellezza.
A volte, il Caso è un grande Demiurgo, ne sa più di noi. Nel cielo tornato terso, una folata di vento birichino.