di Rainalda Torresini – Supervincitore – sezione prosa 2016

Professoressa in pensione. Lettrice, regista e attrice di una compagnia amatoriale. Ha sempre amato giocare con i numeri, da regalare, da contare. «Non ho giocato con il mio passato», dice «e con l’autobiografia cerco di fare un puzzle dai contorni chiari e definiti».

Ama la fotografia, la poesia e i gialli. Partecipa al Concorso 50&Più per la nona volta; nel 2015 ha ricevuto la Menzione speciale della Giuria per la Fotografia. È nata e vive a Carbonera (Tv).

Rainalda Torresini

La seconda volta

Ero partita da sola col cuore sospeso
mi aspettava una terra sconosciuta
avevo timore di non saperla guardare
e invece…
lei era lì che mi aspettava a braccia aperte
solo come madre natura sa fare
e le lacrime di gioia per quel panorama
mi hanno fatto sorridere della vita
e del suo improvviso e inaspettato bacio.

Iniziava così una poesia scritta d’istinto dopo aver percorso in solitudine la Strada del Prosecco iniziata a Valdobbiadene. Non ero mai riuscita a vedere questo luogo, immortalato nelle istantanee dei miei concorrenti alle selezioni fotografiche a cui avevo partecipato. Guardando quelle immagini avevo sempre provato una grande invidia, non per la capacità degli autori di cogliere momenti e situazioni, ma per non aver mai goduto io stessa di quel paesaggio.
Avevo sempre considerato difficile arrivarci, anche se dalla mia città era solo a un’ora di macchina. Mi era mancata per anni l’indipendenza di andare, vinta dal panico di dover percorrere strade in salita.  Da giorni avevo preso informazioni in internet sul percorso da fare.
Di solito viaggio da sola, anzi, ho sempre con me un accompagnatore fantasma, che non mi contraddice nelle scelte, non mi critica e non sbuffa quando bisogna fare fatica. Lui è la mia ombra fedele quando cerco posti nuovi che mi emozionino.
Una domenica di fine maggio presi la macchina, decisa a raggiungere a tutti i costi il punto di partenza della mia gita solitaria. Arrivai senza problemi in un paese vicino a Valdobbiadene e, parcheggiata l’auto sul ciglio della strada, scesi.
Sospirai: io, proprio io, ero lì e non era un sogno, potevo ammirare quei colli che visti dal vivo mi lasciavano senza fiato. Ero decisa a passeggiare su quelle rive scoscese. Volevo immergermi tra i filari che si intrecciano, formando trama e ordito di un tessuto di acini d’uva pregiata che sembrano tenersi per mano in una danza coreografica senza fine.
Estrassi dal fodero la macchina fotografica. Mi aveva investita una febbre da clic. Scattavo di continuo, e le immagini, come in un quadro, fissavano i colori del paesaggio, il verde delle viti, ornato dai fiori rosa degli alberi che facevano capolino ai lati dell’inquadratura. Cercavo di cogliere con l’obiettivo i contrasti tra i pampini e le lunghe righe di giallo intenso del tarassaco fiorito, intervallate dalle nuvole del fiore non ancora sbocciato, spumosa tentazione del mio soffio da bambina.
In quella pace mi sentivo ringiovanire, libera come farfalla, e andavo scoprendo nel cammino piccoli tesori come la locanda senza oste, dove si può trovare da bere e da mangiare, lasciando un obolo, un’offerta responsabile, come in chiesa o a teatro.
Salendo più in alto nella collina, mi inerpicai su una scaletta scoprendo un patio isolato mda dove si godeva la vista dell’altalenarsi delle alture, disegnate a regola d’arte dalla natura.
Risalita in macchina, stanca e soddisfatta, mi diressi verso Combai, meta preziosa di turisti nel periodo autunnale, in occasione della festa delle castagne.
C’ero già stata il due novembre, arrivando dalla parte opposta, da Miane. Nei dintorni, le colline, seminate di spaventapasseri agghindati a festa, si coprono in quel periodo dei colori di stagione: ocra, prugna, oro e mogano, creando singolari macchie di colore, immortalate da fotografi e pittori.  Una folla immensa riempiva in quell’occasione le strade e la piccola piazza.
Preso un sentiero dietro la chiesa del paese e, arrivata in cima alla collina, ero stata accolta da un immenso e inaspettato giardino di crisantemi a forma di pompon, di ciclamini colorati dai fiori bianchi, gialli e fucsia, che rendevano allegro e accogliente il piccolo cimitero. Fuori, una chiesetta dall’aspetto austero dava l’impressione di essere un soldato messo a tutela del paesino. Da lassù, la vista dava una pace dell’anima: un dono per il viandante, stanco per la salita. Il paese appariva raccolto con le case colorate e nel mezzo svettava il campanile della chiesa. Sullo sfondo la fitta vegetazione lasciava intuire, punteggiate qua e là, le caratteristiche casere.
Vi tornai quel giorno di primavera per riassaporare la sensazione provata in una stagione diversa. Era ormai ora di pranzo e la passeggiata mi aveva messo fame. Scesa di corsa in paese, mi fermai a mangiare all’aperto: pane, soppressa e formaggio locale. Di fronte al panorama del bosco di castagni, quel panino mi sembrò il piatto più gustoso che avessi mai assaggiato.
Sorseggiai un bicchiere di prosecco, riflettendo su una nuova meta da raggiungere a Refrontolo.  Quel nome, che non so per quale motivo mi faceva sorridere, mi ronzava in testa da tempo. Ricordavo che le amiche che vivono lì vicino, mi avevano raccontato di qualcosa di unico, da vedere senz’altro nel mio breve viaggio domenicale.
Dopo aver fatto tappa all’Abbazia di Follina, con la loggia abbellita da grappoli di glicine, e salendo con la macchina per una strada tortuosa, giunsi al centro del paese. Al primo sguardo mi era apparso come un ridente paese collinare, niente di più, ma nella piazza scorsi qualcosa che mi fece ricordare perché quel luogo fosse famoso.
“Il Molinetto della Croda” era il suggerimento dato da una grande foto posta sulla facciata di un’osteria, dove mi ero fermata per chiedere indicazioni. Le pareti della sala erano totalmente coperte da dipinti e fotografie che lo ritraevano in tempi remoti e, accanto alle foto e ai quadri, lunghi versi di poeti famosi, come Zanzotto, ne decantavano la bellezza.
Dovevo assolutamente andare a vedere quel gioiello. La strada non era facile, e quasi mi stavo pentendo della scelta fatta quando, finalmente, arrivai al parcheggio. Erano le due di un pomeriggio soleggiato e non c’era nessuno.  Iniziai a percorrere a piedi il viale d’accesso.
L’inquietudine ricorrente, che mi prende quando sto per vedere qualcosa di nuovo, era alle porte: il batticuore, legato al desiderio di scoprire e la voglia di condividere con qualcuno la novità mi stavano divorando. Come una bambina, avrei voluto tenere gli occhi chiusi, per godere della sorpresa. Lo sapevo che non era la stagione adatta, era quasi giugno, faceva caldo e i fiori, che fiancheggiano il viale in primavera, si erano già seccati.
Presa per mano dal fantasma del mio peregrinare, arrivai in fondo al viale, accolta dallo scrosciare dell’acqua limpida della cascata.
Era veramente un posto incantevole, come l’avevo visto nelle foto, con un contorno di altri tempi: la casa in pietra del mugnaio, la macina del mulino, la grande ruota esterna.
Una deliziosa scena di pace con le anatre in riva al piccolo laghetto. Ero felice di esserci arrivata, dopo averlo desiderato a lungo: il mio sogno si era avverato. Ho sospirato, come quando si conquista qualcosa di importante e si vuole godere l’attimo, fino in fondo. Ho fatto decine di foto, da tutti gli angoli possibili.
«Basta scatti», pensai, «ci tornerò sicuramente in primavera». Solo due mesi dopo, guardavo sconvolta la pagina della cronaca del quotidiano: accanto alla mia foto scattata quel giorno e inviata per l’occasione, ce n’era un’altra che non avrei mai voluto vedere. Le lacrime scendevano spontanee mentre leggevo l’articolo: «In una sera d’estate la forza della natura ha frantumato tutto, quasi un piccolo Vajont ha sconvolto il paese di Refrontolo. Un paesaggio di morte e distruzione appare agli occhi dei soccorritori. Sassi ammassati sul viale, calcinacci, macchine che galleggiano. Colte di sorpresa molte persone, che festeggiavano la “festa degli uomini” del due agosto sulla riva del laghetto, non hanno trovato scampo».
«Rinascerà quel luogo di pace?», mi chiedevo, «Ci sarà per me una seconda volta? No, non sarà più così. Non rivivrò mai più la sensazione provata quel giorno, col cuore colmo di gioia. Non riuscirò a ritrovare intatto quel luogo, conosciuto per caso e amato al primo istante. L’unico sollievo che mi resta è il pensiero che il grande poeta Andrea Zanzotto non abbia sofferto lo scempio della natura nel suo amato luogo natio. Penso che il suo cuore non avrebbe retto».
A distanza di un anno il desiderio di ritornare mi ha preso in un giorno di fine estate. Ho deciso di scendere da Rolle, un borgo protetto, sospeso nel passato, inerpicato su una verde collina circondata da vigneti. Da lì era sceso il torrente quella sera. Volevo fare lo stesso percorso. Alla fine di una strada tortuosa arrivo al parcheggio del Molinetto. Da un mese è stato permesso l’accesso al pubblico. Molti i curiosi. Scendono dalle auto e imboccano, chiacchierando distratti, il lungo viale ghiaioso. Capisco dalle loro parole che la maggior parte si reca lì per la prima volta, e lo fa più per il desiderio di scrutare il luogo del disastro, che per la voglia di assaporare la sensazione di serenità della casa col mulino. Avanzo a piccoli passi guardando in basso. I ciottoli del fiume, abbandonati ai lati del sentiero, sembrano ricordare l’accaduto. Col cuore sospeso a metà tra gioia e tristezza, non ho il coraggio di guardare oltre. Alla fine del viale, alzo gli occhi e sento scorrere un brivido davanti all’inaspettato quadro quieto e ospitale che mi riappare come un anno prima. Tutto sembra immutato. Così era rimasto fotografato nel mio ricordo e così lo ritrovo.
Ma non riesco a gioire della mia seconda volta.
Confesso a me stessa di sapere il motivo del mio malessere: non è possibile cancellare quello che è avvenuto, dimenticarsi di chi non c’è più, travolto dalla marea di acqua, fango e detriti. Anche se l’acqua ora scende con una cascata placida e le anatre sguazzano nel laghetto e tutto sembra sempre uguale, niente sarà più come prima. La cicatrice è nell’anima come è incisa su una stele posta al limite del viale, con i nomi delle persone decedute.
Un bambino guarda il laghetto, in braccio al papà; si diverte guardando con occhi innocenti le anatre nuotare. Distogliendo da lui lo sguardo, celo una lacrima. Poi trovo la forza di sorridergli e assaporo con gioia il mio gelato alla liquirizia.
Mi avvio verso il parcheggio, il sole sta per tramontare e veste di rosso la collina: domani sarà una bella giornata.
Nonostante tutto, la vita continua.