di Pietro Garuccio – Supervincitore – sezione prosa 2017

Nato a Trapani dove vive. Nel 2014 le sue opere (poesie, racconti, teatro) hanno ricevuto riconoscimenti nei concorsi letterari: “Dr. Saverio Adamo”, “Nuova scrittura attiva”, “Nat Scammacca”, “Enzo Romano”,

“Le Peridi”, “Alberto D’Angelo” e “Poiesis prof. Marchese”.  Partecipa al Concorso 50&Più per la seconda volta.

Pietro Garuccio

Viaggio in fondo alla vita

Egregio amico,

si sorprenderà nel trovare tra la corrispondenza di oggi una lettera dei suoi vicini di pianerottolo; e si sorprenderà ancor di più che questi vecchietti, che in tanti anni mai Le hanno arrecato disturbo, Le chiedano adesso una cortesia così gravosa.

Io e la mia signora, anticipatamente, Le siamo grati per quello che Lei farà e siamo certi che vorrà comprendere le motivazioni del nostro gesto.

Noi abbiamo vissuto la nostra vita pienamente e, tutto sommato, ci possiamo considerare soddisfatti, oserei dire sazi, di quanto abbiamo visto e vissuto, tanto che sorellastra Morte da tempo non ci fa più paura.

Quando Lei leggerà queste righe, io e la mia signora avremo già preso la prima corriera per salire alla rocca medievale, che tanto amiamo anche in questa stagione fredda, così silenziosa e ammantata dalla nebbia. Saremo, verosimilmente, i soli turisti. Scesi al capolinea, arrancando come si conviene alla nostra età, ci dirigeremo verso il belvedere a strapiombo sulla pineta, la stessa pineta che, complice, era il rifugio di noi ragazzi in cerca di intimità.

Poi, abbracciati, continuando in un tenero bacio, e guardando in faccia senza paura la Sorellastra, ci faremo inghiottire dalla nebbia, con un tuffo nel baratro e nel passato più romantico.

Carissimo amico si rassegni, non può più impedircelo. Adesso il copione prevede il Suo ingresso.

Avvisi chi di dovere: i nostri involucri non possono stare là sotto a lungo. Le chiavi del nostro appartamento sono sotto lo zerbino; sulla scrivania dello studio troverà un presente per Lei; sul letto i nostri vestiti per l’occasione; sul comò l’elenco delle persone da avvisare, con i numeri di telefono, e i documenti della cappella; sulla testiera del letto un mazzo di fiori per la Sorellastra, che ogni sera si addormentava incombente sulle nostre teste. Questa volta due vecchietti l’hanno beffata, decidendo loro come e quando fare l’ultimo tratto di vita. Quella non sentirà nessuno di noi due, con gli occhi gonfi e il cuore infranto, invocare invano il nome dell’altro.

Carissimo amico, non sa quanto siamo mortificati per i fastidi che Le andiamo ad arrecare e quanto Le siamo grati per ciò che farà; verrebbe voglia di dire “grati per tutta la vita”, ma questa per noi non è più un valore.

Con infinita riconoscenza
Prof. Gaspare Virgilio

Mi vengono i brividi a tenere in mano questa lettera, proprio davanti al feretro del suo autore.

Il professore Virgilio è stato il mio insegnante di Italiano e Storia quando ero al primo anno di Ragioneria. Non ero una cima; infatti fui bocciato, cambiai scuola e non lo rividi più, se non qualche sporadica volta di sfuggita.

E dire che il mio lavoro di autista -bigliettaio della corriera, che fa su e giù per Rocca Medievale, mi porta a incontrare tante persone ogni giorno.

Quella fatidica mattina in cui fu scritta la lettera erano saliti sulla corriera i soliti quattro pendolari, una coppia di irriducibili turisti, vestiti in maniera inadeguata alla fredda giornata di autunno inoltrato, e quella coppia di anziani, malmessi sulle gambe, che si tenevano teneramente vicini. Riconobbi il professore ma non ebbi il coraggio di presentarmi, un po’ per i miei poco gloriosi trascorsi scolastici e un po’ per non disturbare la sua proverbiale riservatezza.

Scendemmo tutti quanti al capolinea del belvedere, accolti dalla nebbia mattutina. Io, come sempre, approfittai della sosta prima della corsa di ritorno per sgranchire le gambe e fumare l’irrinunciabile sigaretta. Intanto che indicavo ai due turisti la strada del centro, seguivo con lo sguardo incuriosito la direzione presa dal professore e da sua moglie.

I due si dirigevano lentamente verso la ringhiera del belvedere nel punto in cui il precipizio sottostante è più profondo, guardandosi attorno nervosamente.

Io non staccavo gli occhi dai loro movimenti e istintivamente mi muovevo con piccoli spostamenti nella loro stessa direzione, per attenuare gli effetti della foschia e perché si stavano avvicinando pericolosamente alla ringhiera.

Un attimo e come una voce insistita che ti scuote nel sonno per farti svegliare, mi risuonarono le uniche parole, oltre a buongiorno e grazie, dette dal professore sulla corriera. Buttai lontano quello che rimaneva della sigaretta e, con uno scatto felino inedito per me, mi avventai verso la coppia richiamandola a gran voce.

Il professore trasalì e si voltò sconvolto, stringendo a sé la moglie, come a proteggerla e isolarla.

“Professore! Si ricorda di me? Sono stato suo alunno. Sta bene? Mi sono chiesto come mai ha fatto solo due biglietti d’andata. Che intenzioni ha? Venga, andiamo al bar a bere qualcosa di caldo, che ci faccia diradare tutta la nebbia che abbiamo dentro”.

Da quel giorno col professore ci siamo sentiti tutti gli anni per gli auguri delle grandi feste, senza mai fare un accenno a quella mattina e a quel comportamento anomalo.

Poco fa, davanti al corpo del povero professore, sua moglie mi ha consegnato la lettera e mi ha salutato dicendomi con grande serenità: “Grazie per quello che ha fatto quel giorno su alla rocca. Vivevamo un momento difficile, pieno di scoramento. Sa, noi non abbiamo avuto figli e la solitudine, e le malattie incombenti, ci terrorizzavano. In questa lettera, che siamo riusciti a recuperare, leggerà la ragione di quanto accaduto. Lei ci ha scosso e ci ha regalato la possibilità di vivere ancora insieme altri tre anni e due mesi. Pieni e inattesi. Il viaggio in fondo alla vita il destino ha voluto che lo facessimo sì separati, ma più ricchi di questi ultimi anni vissuti insieme”.