di Gabriella Zagaglia – Supervincitore – sezione prosa 2018

Si diploma in maturità artistica a 18 anni e in seguito si laurea in fisioterapia specializzandosi poi in psicomotricità e arte terapia a Parigi con il massimo dei voti. Consegue importanti premi: primo premio Confcommercio “Marguttiana” 2009 e nel 2011 come “artista designata” alla realizzazione “Manifesto città di Macerata” e nel 2012 primo premio giuria popolare.

Partecipa al Concorso 50&Più per la seconda volta; nel 2017 ha vinto la Farfalla d’oro per la poesia e la Menzione speciale per la prosa. Vive a Pollenza (Mc).

Gabriella Zagaglia

Quel che resta del giorno

Lentamente, avvolti in un passo muto, i due si inoltrarono lungo il viottolo alberato. Sbadigliava una città di provincia, al chiarore avanzante di un giorno sempre uguale a se stesso. L’aria prometteva consuetudine, propagando esalazioni al caffè e brioche al miele appena sfornate. I parcheggi, ancora rarefatti, sembravano madri in attesa di ritorni annunciati. Antonio strinse ancora un po’ a sé Chiara. Lei guardò oltre i suoi capelli argentati e soffiò dolcemente su di loro divertita. L’uomo, un tempo alto e robusto, era ripiegato in avanti, con le spalle “intra-ruotate” e smussate. Era una postura rigida, ma accogliente, la sua. Un porto nel quale affidarsi, teneramente. Non indossava mai guanti, neanche nei giorni invernali più rigidi eppure, le sue mani secche e tortuose erano un inno alla gentilezza, alle carezze. Le sopracciglia folte e ribelli, sovrastavano due fari profondi, neri come la notte ed accompagnavano con enfasi ogni espressione del viso.

C’era ancora un ragazzo in lui, lo si capiva dalla luce in fondo alle pupille e dalle pieghe laterali della bocca, sempre rivolte in alto. Un modo strano di ingoiare amarezze, consapevole, leggermente ironico. Non sapeva essere diverso, non voleva. Chiara era minuta, dall’aspetto fragile. Appariva “eterea”, con il passo leggiadro che le conferiva una dimensione quasi spirituale, magica. Non aveva mai avuto una propensione per gli aspetti materiali dell’esistenza. Orfana, allevata in collegio, aveva incontrato giovanissima l’uomo dei suoi sogni. La vita le aveva rubato un’infanzia dorata, ma poi le aveva riconsegnato la felicità, a piene mani. Un matrimonio perfetto, una casa confortevole, due figli maschi, diligenti e con il pallino della scienza. Uno purtroppo, qualche mese prima che lei si ammalasse, morì in un incidente stradale. L’altro era felicemente sposato ed occupato all’estero come fisico ricercatore. Quel mattino di novembre, l’aria era piuttosto umida e l’alba emetteva timidi messaggi rosati tra i tetti delle case. Antonio impresse un’andatura leggermente più rapida alla sua compagna.

L’uomo, l’aveva vestita completamente, curando ogni minimo particolare: la biancheria intima, le calze, la gonna ampia e lunga, il maglione, il cappellino beige di feltro, il cappotto di lana cotta con la cintura in vita, i guanti felpati e le scarpette di pelle morbida a pianta larga. Lei, docile come una bambina, si era affidata a lui e poi, come accadeva ogni volta, guardandolo negli occhi aveva sussurrato “Ci conosciamo?”. Alla fine del viale, una linea bianca orizzontale a terra, definiva il limite di un’area di sosta. I due, dopo averla scorta, si guardarono e unendo i piedi, la scavalcarono con un saltello. Era il loro gioco, da sempre. Questa era una traccia di memoria, una di quelle su cui Antonio sapeva di poter contare, uno dei loro piccoli frammenti di vita in comune, rimasti in piedi. Complici, ovunque e comunque. Come il giorno che adolescenti, rubarono ciliegie e furono inseguiti da un contadino arrabbiato, per quasi un km. Quelle furono le ciliegie più dolci della loro vita, consumate tra baci e risate. L’enorme portone dell’ospedale spalancato, si presentò cupo e annoiato, al chiarore delle luci bianche e fredde, posate sulle poltroncine rosse di velluto dell’atrio, consapevoli ed invitanti. Antonio si diresse verso una di loro, quella centrale, al riparo dalle correnti d’aria e fece sedere Chiara, poi andò a strappare il suo numero di fila, docilmente. Il tempo passò indefinito e anonimo, tra un vocio eclettico di suoni umani e metallici, intercalato da una ripetitiva chiamata numerica registrata che conferiva al tutto un’aria irreale. Risuonò, più o meno puntuale il numero “8”. Un quadro rosso lampeggiante in alto a destra, segnalava la direzione associata alla chiamata. La coppia si alzò lentamente, ma sicura, ed intraprese il bianco corridoio indicante “Neurologia”. Era mercoledì, ed erano ormai le nove del mattino. Tutto era come previsto, da mesi ormai. La dottoressa arrivò con un ritardo di cinque minuti e si sedette in fretta, avvolta nel bianco camice stirato di fresco, davanti alla coppia, separati come di solito dalla enorme scrivania metallica trasbordante di cartelle e documenti. Antonio non riusciva a “leggere” lo strano stile della giovane neurologa. Era decisamente disordinata, pensava tra sé e sé. Come poteva una persona così caotica nell’organizzare i suoi spazi professionali, in un turbinio di matite, penne, pennarelli e PC, telefoni e strumentazioni varie, tentare di mettere “ordine” nel cervello di sua moglie? Era un pensiero settimanale costante che precedeva sempre la somministrazione dei test sulle capacità cognitive residue. Ormai esso era parte integrante dell’esame. Antonio emise soltanto un rispettoso e flebile “Buongiorno Dottoressa Marzí, siamo qui”. “Vedo”. Rispose la giovane donna dall’altra parte del tavolo, coperta parzialmente dalle ultime cartelle cliniche, depositate da un’efficiente segretaria. La Marzí odiava la sua segretaria. Avrebbe tanto voluto godere della sua assenza, ogni tanto, giusto per dimenticare il pressante lavoro, ma lei era sempre lì, presente e martellante.

Ogni mattina, con il suo sorrisetto sarcastico, depositava sul suo tavolo, pile instabili di cartelle “vissute” e traboccanti di inserti, accompagnando l’atto ad un cinguettante “Buon lavoro Dottoressa!”. “Lunedì Parkinson, martedì ictus, mercoledì Alzheimer…”. Velocemente la Marzí visualizzò il film dei suoi impegni settimanali. Era un caso qualunque per lei, una coppia come ne aveva già viste a centinaia. L’aria persa e disorientata di lei, la premura ed il sogno impossibile di lui sotto gli occhi di Chiara, passarono in rassegna una serie di immagini classificate come “associazioni logiche”. La donna era piuttosto annoiata e non sembrava proprio cogliere quei legami dati per scontati per tutti, tra parole e oggetti, o tra situazioni e soggetti: era altrove. “Niente di nuovo, signor Antonio”. Sentenziò la Marzí, “Ci rivediamo il mese prossimo, mi raccomando, abbia cura di lei, potrebbe commettere qualche sciocchezza”. “E perché avrebbe dovuto?”. Pensava Antonio sulla via del ritorno. Lei non era un “caso clinico”, lei era Chiara, la “sua” Chiara che di sciocchezze non ne aveva mai fatte. Accadde tutto in un attimo e quello, fu l’attimo più lungo della sua vita. Da un lato della strada, alla fine del viale alberato, spuntò una sagoma minacciosa. Un uomo sui trenta, con un passamontagna scuro sul volto, alto e robusto con occhi neri e sopracciglia folte, li assalì brandendo un’asta metallica. “Datemi il portafogli e l’oro, se ne avete, altrimenti vi ammazzo!”. Sibilò l’aggressore. Istintivamente, Antonio alzò le braccia per proteggere la donna e, come risposta dallo sconosciuto, ebbe un colpo in testa che lo tramortì, facendolo rotolare a terra ai suoi piedi. La sagoma minacciosa si avvicinò a Chiara, come per sferrare un colpo. Antonio, dolorante, cercò invano di rialzarsi, ma le sue gambe e la sua testa rimanevano dissociate e confuse, incapaci di compiere un atto motorio coordinato. Chiara, improvvisamente, sfoderò un sorriso incontenibile di gioia che disorientò per un attimo l’aggressore. Dolcemente, con gesta misurate e materne, sfilò il passamontagna dal volto dell’uomo ed iniziò ad accarezzare il suo volto duro e inasprito. Poi, con estrema dolcezza, rivolgendosi a lui disse: “Enrico, sei tornato finalmente! Ti stavo aspettando, questa sera cenerai con noi, ne avrai di cose da raccontare!”. Dagli occhi di Antonio, commosso ed impaurito, sgorgarono rivoli caldi e, rivolto a sua moglie disse: “Amore, lui non è Enrico, nostro figlio è morto! Questo è solo uno sconosciuto che vuol farci del male!”. Chiara sembrava non aver sentito la voce di suo marito e, con calma e affetto materno, continuava a ricoprire l’uomo di baci e carezze. Fu allora che lo sconosciuto mutò espressione e, guardando dritto negli occhi della donna, le disse: “Ciao mamma, sono tornato”. Poi, così come era apparso nella loro vita, si dileguò nel nulla. Antonio si rialzò lentamente e, incredulo, avvolse Chiara in un lungo abbraccio. Con la testa stordita e le gambe barcollanti, guidò Chiara verso casa. Era un mercoledì di Novembre, un giorno qualunque.

C’era stata una visita di controllo, come tante altre prima, e tante altre ancora ne sarebbero seguite. La Dottoressa Marzí, persa nel suo disordine e nella sua professionalità, non aveva rilevato niente di nuovo. “In questo giorno”, pensava Antonio durante il cammino, “c’è tutta la nostra vita: la realtà, il dolore e l’amore”. Sì, l’amore. Per lui era quella imprevedibile ed inestinguibile scintilla che poteva illuminare il buio più cupo. Quel dono prezioso che nessuna malattia poteva vanificare o estinguere, che nessun test poteva valutare e codificare. L’amore era un’entità pura, di fronte ad essa ogni essere vivente era nudo e disarmato. Erano le braccia di una madre, il ritorno di un figlio, lo sguardo di un uomo perduto. L’aria stava cambiando e Novembre regalava colori rosso-violacei ai loro occhi. C’era ancora tempo per rientrare. Chiara distolse gli occhi persi dal vuoto e, fissando Antonio, disse: “Ci conosciamo?”. “Sì”, rispose Antonio. “Da sempre”. Lei soffiò sui suoi capelli argentati e, sorridendo, si preparò a saltare la prossima linea bianca orizzontale sull’asfalto insieme a lui. Il giorno aveva ancora vita in grembo e la notte era lontana.