Antonio Mercuri
Il paese
Maturità scientifica, laurea in medicina e chirurgia, specializzato in pediatria. Ama scrivere e l’arte in tutte le sue forme, è autore di diversi romanzi e poesie ed ha partecipato a rassegne e concorsi ottenendo lusinghieri riconoscimenti, recensito artisti e presentato mostre di pittura e grafica. Partecipa al Concorso 50&Più per la quinta volta. Vive a Tolentino (Mc).
Ha senso salvare, ricostruendolo, un piccolo paese ormai disabitato situato nell’entroterra maceratese?
Facendo a tavolino i conti matematici delle spese da sostenere e quello che si potrebbe ricavare direttamente o indirettamente da tale recupero, sicuramente l’operazione è in perdita.
Allora che fare?
Vi racconto questa storia.
Da bambino frequentavo questi posti perché mio padre era affascinato dalla bellezza delle colline maceratesi in particolare e marchigiane in generale, per le innumerevoli tonalità di verde che non trovavi in nessun’altra regione, per la dolcezza dei loro profili soprattutto al tramonto.
Una irripetibile sensazione di aria pulita in un ambiente con sottofondo prodotto dalle fronde mosse dal vento, con richiami canori di uccelli nascosti ma riconoscibili, di tane scoperte per caso, di tracce lasciate nei boschi da altri esseri presenti.
Spesso seguivo “Gustì” nel suo andare su viottoli già tracciati per addentrarci nel bosco a raccogliere la legna a terra e portarla indietro, così il sottobosco rimaneva pulito ed agibile.
Non era difficile “se era tempo” trovare funghi, ma attenzione non tutti erano buoni, invece quando cadevano i ricci delle castagne ne trovavamo tanti.
Ricordo con piacere che mentre attraversavo un campo non coltivato, Gustì mi faceva notare quante erbe rischiavo di calpestare: rugni, cicoria, sparagne e quant’altro che con molta maestria lui prendeva e metteva nel cesto di vimini. Per me erano solo erba.
Una volta scoprimmo una tana di tasso con vicino orme probabilmente di cinghiali (all’epoca erano pochi); sugli alberi c’era sempre tanto movimento, non solo di uccelli ma anche di scoiattoli, tassi o simili, mentre a terra, tra le foglie cadute ed i rametti secchi correvano veloci bisce, lucertole e qualche vipera.
Ogni volta che si ritornava a casa il cesto era pieno di tante erbe da pulire e cucinare.
Io avevo imparato un posto ai margini del bosco dove c’era un “greppetto” con un grosso cespuglio di more che, al momento opportuno attirava una miriade di animali terrestri e no, tanto erano buoni quei frutti. Mi fermavo a mangiarne quante più potevo, poi le altre le portavo a casa per farne magari la marmellata, con le mani e la bocca sporche di un rosso scuro quasi nero, ma guai a macchiarsi i vestiti.
Quel silenzio unico rotto talvolta da un rumore d’auto a fondo valle amplificato dalla conformazione del luogo arrivava a me che ero in cima attutito dalle mille fronde che si interponevano tra noi.
Le strade non asfaltate recavano i segni dei carri, auto e soprattutto trattori, talvolta il percorso che l’acqua piovana aveva scelto e si era fatta da sola per arrivare a valli.
Non era un silenzio assoluto perché quasi sempre e ovunque il verso dei grilli, delle cicale o il cinguettio di uccelli accompagnava ogni passo del giorno e della sera.
Di notte poi il buio si riempiva di mille piccole luci vaganti, ma alzando lo sguardo al cielo si scopriva l’immensità dell’universo con le sue stelle e costellazioni.
Se era nuvoloso, o peggio, pioveva o nevicava, allora si rimaneva a casa possibilmente vicino al camino spesso con qualcosa da cucinare, anche una semplice fetta di pane da abbrustolire.
Il ricordo più bello per quanto riguarda lo sguardo al cielo di notte ritorna ogni anno intorno l’11 Agosto giorno di San Lorenzo, quando lontano dalle luci della città, potevo godere dello spettacolo delle stelle cadenti, quasi sempre sdraiato sull’erba con la netta sensazione di non essere solo, ma con tanti compagni vicino anche loro con il naso all’insù. Sensazioni uniche che sono state spesso stimolo a riflessioni profonde che talvolta ho voluto fissare sul foglio di carta p non perderne la memoria.
Difficile ricordare tutto e raccontarlo per trasmettere il valore del Paese visto e vissuto da dentro.
Spesso ho accompagnato i miei figli lungo quei sentieri in mezzo al bosco cercando di trasmettere loro la stessa attenzione che “Gustì” , con il suo mezzo sigaro spento in bocca ed il cesto di vimini in mano, mi aveva insegnato anche senza pronunciare una parola, bastava guardarlo.
L’Italia è ricca di città d’Arte con numerosi capolavori che, come posso, corro ad ammirare, parimenti come posso corro a gustarmi la bellezza che solo il Paese possiede.
