Afrisio Ferretti
Aspettando il tempo
Agente rappresentante da cinquant’anni, con la passione per la scrittura. Nel tempo libero gli piace leggere, scrivere e occuparsi di piante e fiori. Ha partecipato a vari concorsi letterari toscani vincendo premi e riconoscimenti, tra cui il primo premio al Concorso La Pergola di Firenze e il Bugiardino d’oro (sezione letteraria) nella località Le Piastre (PT). Partecipa da qualche anno al Concorso 50&Più. Vive a Pistoia.
Motivazione: L’attesa per un evento è un tema importante in letteratura. L’emozione per qualcosa che si sta avvicinando, porta cambiamento, colora le giornate e le riempie di profumo cresce e crea partecipazione nel lettore. Questo racconto sviluppa l’amore intenso per le piante e i fiori del proprio giardino pensile e la voglia di non fermarsi di fronte alle brutte notizie che arrivano dal mondo. Anzi, nel racconto, compare perfino un desiderio che va oltre le fioriture, anche se nel ciclo della vita ne è strettamente legato, e cioè quello di imparare a gestire un alveare per produrre il miele.
La terrazza è piena di silenzio, sta piovendo a scroscio, le gronde sono piene e fanno fatica a scaricare tutta quell’acqua; i vasi sono lasciati soli, quelle poche piante rimaste e sopravvissute alla poca luce invernale mi aspettano per tornare a vegetare, sono trepidanti dentro la piccola serra riparata in un angolo della terrazza. Al momento i libri hanno preso il posto dei fiori, l’età avanzata non mi permette attività esterne e non mi rimane che guardare attraverso i vetri appannati. Nessuna zanzara mi infastidisce, tutto tace, a parte il rumore della pioggia. La solitudine tarda a scorrere, mi sento impaurito, la paura di non essere in grado di saper gestire il tempo che mi rimane ancora di vivere ma queste preoccupazioni passeranno quando potrò tornare ad occuparmi dei miei fiori. Quando arriva il pettirosso a becchettare le briciole che alla sera cadono dalla tovaglia scossa, capisco che ormai il bello sta per cominciare. Vedo che giù in strada, presso un pergolato di glicini al risveglio, sta scorrendo la vita comune; i più camminano svelti, tanti suoni di clacson e voci alterate, strilli di bambini, risate giovanili, rumori di frenate improvvise, un fischietto del vigile. Era da tempo che non ne sentivo uno, quel tipico fischietto che mi impauriva tanto da bambino quando correvo con la mia biciclettina. Sento l’odore del latte che s’è rovesciato sul fornello, il pericolo del gas acceso, vado. Nella parte di stanza più esposta alla luce stanno crescendo i primi giacinti che, con il loro profumo, nascondono l’odore della mia vecchiaia. I fiori della mimosa stanno bene fuori, in casa durano poco, meglio gli anemoni oppure i San Giuseppe bianchi e gialli. Avverto già la crescita dell’erba, l’annuso nell’aria e mi riempio i polmoni, guardo i gerani sopravvissuti, le varie specie di piante grasse, le clivie pronte a sbocciare, i limoni ed il solitario cedro. Come me aspettano di mettere il muso all’aperto. D’altra parte, non ho un gatto né un cane a farmi compagnia, il mio amore è per i fiori che fanno parte delle mie “terre rare”. Aspetto vivamente che i loro colori si accendano dopo quelli di Carnevale, magari assieme all’arrivo del primo arcobaleno, con le bordure perimetrali dei gelsomini in attesa d’inebriarmi con il loro biancore che sa d’Africa. Spero non sia diventata una mania quella di saltare addosso alla prima foglia giallognola per toglierla di mezzo, nessun fiore rinsecchito fa parte del mio giardino pensile, quasi quasi sono geloso delle persone che abitano sopra di me e che possono godere del mio anfiteatro all’aria aperta; ogni tanto mi chiamano per farmi i complimenti e paragonare un loro vaso fiorito sul davanzale con i miei, al che sorrido. Quando finalmente vedo le prime rondini roteare d’intorno alla mia terrazza, striscio le mie ciabatte sulle pianelle di cotto e vado a sistemare in fila tutti i miei vasi, quasi mi sembra di avere un pubblico tutto per me ed allora mi drizzo per ammirare la mia oasi di pace; saluto i primi crocus che con i loro pistilli gialli mi rammentano lo zafferano che si sposa bene con un buon risotto alla milanese.
Penso a quando accarezzerò i grossi fiori delle ortensie, belle mappe tonde che siano rosa o blu, tutte quante bevono tanto e ritengo che siano molto permalose perché si accasciano subito se ritardo a bagnarle; solo i limoni si dice che abbiano un miglioramento a lasciarli un po’ al secco, ma sarà vero? Prima o poi si scoprirà che il mondo del verde parla con una propria lingua tutta da interpretare, magari con impercettibili soffi muti. Occorre tanta costanza a star dietro a tutte le loro esigenze. Definirlo uno sport? Forse. Senz’altro un beneficio per il mio cuore. Purtroppo, mi viene a mancare il profumo degli alberi, come quello dell’acacia o del tiglio, ma li vedo nel giardino pubblico dall’altra parte della strada e dal mio balcone avverto i chiacchiericci di altri pensionati più in gamba di me che gironzolano nei pressi, li vedo soffermarsi a commentare chissà quale fatto del giorno, non disdegnando un commento al passaggio di una bella ragazza; i miei fiori sarebbero pronti ad ammucchiarsi per porgerle un bel mazzo galante. In casa ho un paio di piccole anfore, una di vetro di Murano, dentro le quali metto un bocciolo di rosa che, a seconda del mio umore può essere di un colore rosso acceso od un giallo forte, oppure un bianco dolce. L’anno scorso fiorirono tutte le mie piante grasse, anche quelle più pigre, è stata una estate torrida e non potevano non sbocciare. Io che sono un po’ orso, amerei di più una estate fresca e magari un po’piovosa, faticherei meno, non mi alzerei prestissimo per non farmi vedere che scialacquo l’acqua comunale, sperando che non venga mai fuori l’argomento nelle riunioni condominiali. Come farei altrimenti? So bene che dopo di me andrà tutto perso, la terrazza servirà a farci correre un bimbo e comunque lo spazio sarà gestito diversamente, ma intanto sono contento così ed al mio adorato verde dedico una fetta della mia pensione. Il mio cellulare resta separato in casa, non desidero distrazioni; soltanto il suono tipico delle campane della vicina chiesa mi avverte che è arrivato mezzogiorno e che debbo rientrare. Una pausa giusta, tolgo il mio cappellino. Anche mentre pranzo il più delle volte rifletto su quello che potrei ancora fare: vorrei mettere le arnie di api, mi dovrò impratichire chiamando un qualche esperto. Addolcire questo mondo, niente mi può far dimenticare che porto il nome del nonno morto a 31 anni per la Prima Guerra Mondiale, che mio padre acquistò le macerie causate dai bombardamenti nella Seconda Guerra Mondiale per costruire la sua casa e che, a tutt’oggi, nel mondo ci sono ancora troppi conflitti. Non è valsa la vecchia canzone della mia gioventù che diceva: “Mettete dei fiori nei vostri cannoni”. A sera chiudo la finestra e sotto la luce di un lampione di una villa saluto un grosso olivo che chissà da quanti anni manda messaggi inascoltati di Pace.
