Pietro Garuccio
Il presente in tasca
Informatico in pensione, appassionato di cucina, autore di racconti brevi e poesie, spesso premiati in concorsi letterari. Ha partecipato al Concorso 50&Più Prosa Poesia Pittura e Fotografia con i seguenti risultati: Farfalla d’oro Sezione Prosa nel 2017; Supervincitore Sezione Prosa nel 2018; Segnalazione della Giuria Sezione Prosa nel 2019; Farfalla d’oro Sezione Poesia nel 2019; Supervincitore Sezione Poesia nel 2020 e vincitore del Secondo Premio 50&Più della quinta edizione di Corti di Lunga Vita. Vive a Trapani.
Motivazione: Certe volte il titolo di un’opera letteraria è così forte che aiuta il testo a splendere di luce riflessa. Un po’ come accadde per ‘La solitudine dei numeri primi’. Questo racconto ha la freschezza e insieme l’incertezza che domina sul desiderio di conoscere più da vicino una persona che in diverse occasioni si mostra scostante, poco accogliente. L’ironia condisce il testo così da far ripartire ogni volta il protagonista con battute e proposte sempre più particolari. Fino al fatidico ‘presente in tasca’, come possibile ultima spiaggia per un incontro pieno di promesse.
Ero seduto sullo sgabello, appoggiato allo stretto bancone, lo specchio di fronte, il piatto di pasta con le sarde al forno appena servita, il boccale di birra, il telefonino spento. Il momento della giornata in cui non sopporto essere disturbato. In quel momento una mano scosta la tenda a filo della gastronomia. Insieme a un fascio di luce entra una donna, buongiorno e si guarda intorno. Vedo la scena attraverso lo specchio, per educazione rispondo al saluto a denti stretti. Non la conosco, mi rinfranco e torno a mescolare i bucatini. E invece no, lei si dirige dritta verso di me con un mazzetto di foglietti in mano.
“Ciao, sono Germana. Ti posso rubare mezzo minuto? Tanto la pasta è molto calda.” Avrei voluto dirle di no, ma non sono poi così asociale. Le faccio un cenno, col capo e con le sopracciglia, per un assenso forzato. Oltretutto è una signora, più giovane di me ma pur sempre sulla sessantina. Mi porge un foglietto, lo leggo mentre lei continua a parlare.
“Ti aspettiamo domenica prossima alle 17 al circolo della vela. Devi venire, è la prima volta che si fa una manifestazione del genere e non puoi mancare. Promettimelo.”
Un po’ il sorriso accattivante, un po’ la sua determinazione, un po’ la curiosità per un evento insolito e inedito, un molto per i bucatini che il mio stomaco reclamava, glielo promisi, riservando a me stesso la facoltà di rinunciare in qualsiasi momento.
Arrivai un quarto d’ora prima, puntualissimo come mia abitudine. C’era Germana, la salutai con un gesto della mano, e c’erano una dozzina di persone. Al centro del prato verde, a ridosso del pontile, quattro tavolini di plastica messi in fila e coperti con tovaglie di carta. Adagiai vicino alla pila di bicchieri di plastica la confezione di Crodino tenuta in frigo e l’apribottiglie che avevo con me. Nel volantino eravamo invitati a portare qualcosa per un aperitivo. Al primo sguardo d’insieme classificai i presenti tutti oltre i cinquanta, più donne che uomini, nessuno a suo agio. Qualcuno conversava, i più ammiravano il mare calmo e le barche ormeggiate, il resto era rimasto vicino ai tavoli o scrutava le vecchie torri in lontananza. Mi sistemai di lato allo spiazzo e mi misi a fotografare col telefonino gli squarci più suggestivi.
Continuavano ad arrivare persone che depositavano sui tavoli l’occorrente per l’aperitivo e poi si dirigevano a ingrossare i gruppetti già formati. Germana saltellava da un punto all’altro per accogliere con un saluto e un sorriso i partecipanti. Tra gli ultimi arrivò lei. Mai vista, eppure ero convinto di conoscerla e, comunque, aveva catturato la mia attenzione. Senza una vera ragione. O forse sì, per via della capigliatura argentea in un viso giovanile, indice di personalità. Ma anche per il portamento fiero ed elegante. Salutò Germana con due bacioni, sorrisi aperti e qualche parola amichevole. Poggiò sul tavolo una borsa termica e si diresse nel punto meno frequentato. Mi avvicinai ai tavoli e curiosai dentro la borsa termica. Una confezione di Crodino. Sorrisi compiaciuto. Mi sistemai il più possibile verso di lei, che si era posta in modo da catturare la brezza carezzevole che arrivava dal mare. Immobile. Percepì la mia presenza e si girò di scatto. Anche se feci in tempo a distogliere lo sguardo, lei capì che la stavo osservando e mi fissò per tre interminabili secondi di mio imbarazzo. Tirai fuori il coniglio: “L’ha portata lei questa ventata di freschezza?” La spiazzai. Solo per pochi attimi.
“Certo! Tu cosa hai portato?” Un po’ acida. Dovevo stare al gioco. “Una confezione di Crodino. Come te.” La spiazzai un’altra volta. “Hai frugato nella mia borsa termica!” Con sguardo severo. “No, sono un rabdomante di aperitivi analcolici.” Avrebbe voluto ridere ma si trattenne. “Scemenza! Io sono Francesca.” E mi allungò la mano. “Pietro.” E io gliela strinsi. “Avviciniamoci a Germana che ci sta radunando.” Germana si era piazzata al centro del prato verde e provava il funzionamento di un megafono.
“Benvenuti e benvenute al primo flash mob contro la solitudine. Siete stati invitati proprio voi perché vi ho incontrati da soli e, diciamoci la verità, perché, come me, non siete più giovanissimi. Siamo qui per imparare ad abbattere il muro di diffidenza che ci circonda e ci rende la vita quotidiana più triste e più complicata. Cominciamo col condividere quanto ognuno di noi ha portato per l’aperitivo, in questo posto stupendo. Avviciniamoci ai tavoli e prepariamo l’occorrente per un brindisi benaugurante.”
Nessuno si sottrasse a questo invito, chi versava, chi offriva uno spritz annacquato, chi si piazzava davanti alle patatine, chi aspettava pazientemente il turno per avvicinarsi al tavolo. Ero tra questi e appena conquistata la posizione stappai le mie bottigliette di Crodino, una la riservai a me, con l’aggiunta di un pugnetto di mandorle tostate raccolte in un tovagliolo di carta. Cercai Francesca per offrirle da bere ma lei aveva già provveduto e conversava gioiosamente con Germana, davanti al pontile. Sperando di dare nell’occhio mi avvicinai a loro. Germana se ne accorse e mi chiese di scattare una foto a loro due, con lo scorcio suggestivo del mare e delle barche. Ne feci sei sette, consapevole che comunque non avrebbero soddisfatto le loro aspettative, perché, con quelle condizioni di luce, una foto non è mai venuta perfetta. “Ve le invio con WhatsApp?” Germana:”Il mio numero è nel volantino.” Francesca: “Dovrei darti il mio numero?” Quasi con disappunto. “Non ti preoccupare, te lo restituisco.” Germana sorrise ma lei si corrucciò e percepii che si era trattenuta dal dire che era un’altra scemenza, e comunque mi dettò il suo numero.
L’iniziativa di Germana ebbe un ottimo successo e lei si guadagnò i complimenti di tutti e l’auspicio di ripetere l’iniziativa.
Arrivato a casa scartai le foto malriuscite e inviai le rimanenti, a Germana ribadendo complimenti e ringraziamenti, a Francesca con un banale Alla prossima! Germana mi ringraziò dopo due minuti, Francesca dopo due giorni con uno striminzito “Grz.”
Ci riprovai ieri, dopo quattro giorni, giurando a me stesso che sarebbe stata l’ultima volta.
“Ciao. Come va? Domani sera c’è il concerto di Mauro Carpi. Ti posso invitare?”
“Ho già il biglietto.” Rispose dopo… solo tre ore. “Bene! Potremmo sederci vicino, se non sei già in compagnia. Ho un pensiero per te.” Lei dopo altre tre ore: “Sto bene da sola. E non avere… pensieri per me.” Avrei voluto rispondere: “Vfc.” ma eroicamente mi trattenni. Una risposta così l’avrei dovuta mettere in conto, la sua telefonata dopo appena dieci minuti onestamente no.
“Scusa Pietro. È un periodo che litigo pure con me stessa. Ci incontriamo alle nove meno un quarto davanti al teatro. Tieni conto che io mi siedo sempre nelle ultime file, lato corridoio.” Il tempo di riprendermi e: “Per me va bene, a domani sera.”
Sono le diciotto e ho appena rifatto la barba, mi controllo allo specchio ogni cinque minuti e ripasso le rimanti operazioni da fare prima di uscire di casa. Pipì innanzitutto, telefonino sotto carica, anche se già carico, il biglietto del concerto. La scatolina con il regalo è in già in tasca da due ore, un piccolo ma significativo presente, con un bigliettino di accompagnamento.
I giapponesi chiamano Kintsugi l’arte di riparare con l’oro le cose preziose che sono andate in frantumi. Insieme a questo biglietto trovi la lacca e la polvere d’oro necessari per ricucire idealmente gli strappi della tua anima e ricomporre i cocci sparsi.
Con l’augurio di vedere sorgere presto sulle tue labbra un radioso sorriso, prezioso come l’oro.
