Elisabetta Maria Antonella Greco

Racconto di un'estate

Laureata in Economia, nel 2018 ha iniziato a frequentare corsi di scrittura creativa e a scrivere racconti. Nel 2021 ha vinto il primo premio a un concorso organizzato dall’Anla di Firenze. Tiene corsi di scrittura creativa all’Università della terza età di Muggiò. Partecipa al Concorso 50&Più per la quinta volta; ha vinto la Farfalla d’oro nel 2022 e la Libellula 50&Più nel 2023 per la prosa. Vive a Monza.

Motivazione: Tra le storie più ambiziose che si possano scrivere ci sono di sicuro quelle che riescono a far sbocciare amicizie e sentimenti laddove nessuno lo ritenga possibile. Questo racconto vede due bambini che si incontrano in una linea di confine, Eitan e Samia, si piacciono e si scambiano doni. E usano una terza lingua per riuscire a comunicare. Laddove la diplomazia non può nulla, le migliori qualità umane trovano spiragli di felicità. Un racconto sobrio, privo di retorica, che raggiunge il massimo del pathos per dei sentimenti fioriti in un campo arido e minato.

 

Eitan è un bambino vivace e curioso. Le sue ginocchia sono perennemente sbucciate per le cadute sul campetto di calcio. Le nocche delle mani graffiate e ruvide, perché Eitan non sa stare fermo, è sempre intento a costruire qualcosa: trappole per formiche, piccole dighe nel terreno, torri di sassi.

Oggi, 7 luglio 2023, è il giorno del suo decimo compleanno. La scuola è finita da una settimana, la lunga estate è appena cominciata ed Eitan vorrebbe che quella giornata fosse l’inizio di qualcosa di nuovo. Sa bene che mamma e papà non organizzeranno alcuna festa: come ogni anno, dovrà attendere la fine del mese per il party collettivo insieme agli altri bambini della sua comunità, nati come lui nel mese di luglio. La mamma, per consolarlo, prepara per pranzo hummus di ceci e pita, Eitan ne va matto, e ciambelle dolci fritte nell’olio, tonde come palline da golf, gonfie di crema al cioccolato.

Dopo mangiato, aspetta che la mamma esca per tornare al lavoro, e intanto pensa. Non può certo rimanere in casa a guardare la televisione, o a giocare al computer, nel giorno del suo compleanno! Troppo caldo poi per giocare a pallone.

Quando dalla finestra vede la mamma svoltare l’angolo in fondo al vialetto, salta fuori di casa, veloce come la luce: si ritrova così a camminare da solo sotto il sole accecante di luglio. Nella tasca destra, l’ultima ciambella rimasta sul vassoio, avvolta in un cartoccio di alluminio.

Presto comincia a sentire gocce di sudore scivolargli sulle ciglia. Ha la carnagione chiarissima, sente la faccia che gli brucia, ma non demorde: si è messo in testa di esplorare la zona a ovest del suo villaggio. Se sarà fortunato, scoprirà un posto fresco, un poco d’ombra, dove passare il pomeriggio.

Procede seguendo sentieri a lui sconosciuti, quei percorsi che solo i bambini sanno trovare. Ogni tanto si guarda attorno: per fortuna non vede soldati, c’è solo un vento caldo che alza la polvere e fa ballare qualche foglia secca.

 

A neanche due chilometri dalla casa di Eitan, ma in un altro mondo, quasi su un altro pianeta, vive Samia.

È una bambina di nove anni, minuta, con capelli neri e ricci raccolti in due trecce disordinate. I suoi occhi scuri brillano sul visetto di colore olivastro. Sono occhi che hanno visto troppo, ma che non hanno mai smesso di sperare, e, infatti, quello stesso pomeriggio si allontana da casa per cercare qualcosa di nuovo, di bello, che le faccia dimenticare quel palazzo, diroccato e sporco, dove ha fatto lezione tutto l’anno, stretta in una classe di cinquanta bambini.

Adesso che la scuola è finita si sente libera, e felice. Passa svelta dietro al banchetto di frutta della nonna, attenta a non farsi vedere, e s’incammina fuori dal villaggio. Con le sue gambette magre, e la gonnellina gialla che svolazza ad ogni passo, cerca la sua libertà tra le macerie e le mura pericolanti che si estendono fuori dal paese.

Si guarda intorno, guardinga: per fortuna non ci sono soldati, si sente solo l’eco lontana di una sirena. Cammina a fatica, mentre il vento le sbatte addosso la sabbia, costringendola a stringere gli occhi. Non sa dove la porterà il sentiero che ha preso, sa solo che sta camminando verso est, dove le è sempre stato impedito di andare.

 

Camminando veloci, quasi andassero ad un appuntamento d’amore, i due bambini s’incontrano sui lati opposti della rete di confine: hanno sempre vissuto a poco più di un chilometro l’uno dall’altra, in due universi paralleli ma divisi da filo spinato, torri di guardia e paura. Samia in un piccolo villaggio palestinese, Eitan in un kibbutz israeliano.

Samia osserva affascinata quel bambino alto e magro che sta in piedi dietro la rete: la sua pelle chiara, il viso arrossato dal sole, i capelli castano chiaro tagliati corti. Nota i suoi bellissimi occhi verdi: non ha mai conosciuto un bambino con gli occhi verdi.

Intanto Eitan guarda stupito la bambina, il colore ambrato della sua pelle, gli occhi neri che lo scrutano in profondità, come mai nessuna femmina aveva mai fatto finora. Esita un attimo, poi lancia il cartoccio con la ciambella oltre la rete, dicendo parole che Samia non comprende. Lei afferra il pacchetto, lo apre e sorridendo lo ringrazia in una lingua che lui non capisce. Si mettono a ridere, ed entrambi intuiscono che per parlarsi dovranno usare una lingua che non appartiene a nessuno dei due, ma che per fortuna hanno dovuto studiare.

“Questo è per te”, dice Samia nel suo inglese un po’ semplice. Estrae dalla tasca del vestito un piccolo aquilone di plastica trasparente, decorato con i pennarelli, e lo fa volare sopra la rete. Il filo s’impiglia e tocca a Eitan liberarlo dal reticolo con le sue mani esperte.

“L’hai costruito tu?”, chiede Eitan, sfoggiando il suo inglese. Samia annuisce. “Sì. Con un sacchetto della spesa e dei pezzi di legno.” Eitan la guarda con ammirazione.

“M’insegni? Voglio farlo anch’io.”

“Dove hai imparato l’inglese, lo parli molto bene!”, dice Samia, ammirata a sua volta.

“Beh… nella mia scuola è una materia importante!”, poi aggiunge: “Sei brava anche tu!”

Da quel giorno tornano ogni volta che possono in quel pezzo di terra dimenticato da Dio, dove non arrivavano nemmeno i soldati a controllare. Scoprono di avere tante cose in comune: la passione per il mare, la paura dei rumori forti, il desiderio di esplorare il mondo, il terrore della guerra.

Un giorno Eitan guarda negli occhi Samia, e arrossendo sussurra:

“A volte penso che tu ed io abbiamo la stessa vita.”

Samia scuote la testa, con un sorriso triste.

“No. Non la stessa vita. Ma forse lo stesso cuore.”

Lui abbassa lo sguardo, poi annuisce.

“Mi piace. Lo stesso cuore.”

Giocano, parlano, ridono. Condividono le piccole cose che riescono a far passare attraverso le maglie strette della rete: biscotti pieni di datteri incartati con cura, dolci triangolari farciti di marmellata. Si scambiano conchiglie, piccole bandiere della pace color arcobaleno, foto ritagliate dai giornali.

Poi, un pomeriggio di inizio ottobre, Samia arriva con uno sguardo diverso. “Domani non posso venire. Hanno messo dei soldati all’uscita del villaggio. Dicono che è pericoloso e che si deve restare chiusi in casa.” Mentre parla il labbro superiore inizia a tremare.

Eitan la guarda sorpreso, non capisce cosa possa essere cambiato da ieri. Vuole chiedere, ma si trattiene, imbarazzato, quando si accorge che Samia sta piangendo. Tira fuori dalla tasca un foglio piegato con cura, un disegno che ha fatto lo stesso giorno in cui si sono conosciuti e che porta sempre con sé: una bambina con le trecce e un bambino con i capelli corti che si tengono per mano sotto un aquilone.

“Tienilo tu. È nostro.”, dice Eitan, rompendo il silenzio.

Samia stringe il disegno tra le mani.

“Ti ricorderai di me?”

Eitan annuisce. “Te lo prometto”.

Samia fa un passo in avanti, tocca la rete con la punta delle dita. Adesso non piange più.

“Abbiamo passato una bella estate insieme”.

Eitan sorride.

“Ce ne saranno altre!”, dice, ma poi diventa serio “… E comunque questi mesi non ce li toglie nessuno.”

Non si rividero più. Ma per un’estate, una bambina e un bambino avevano attraversato il confine invisibile della paura.

Avevano cambiato, per un momento, il loro piccolo pezzo di mondo.

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